16 Luglio 2010
E’ necessaria una nuova fiscalità?
Il n. 3 di «Dialoghi» ha dedicato spazio a un tema cruciale, imprescindibile in vista della ricostruzione e dell’ammodernamento del sistema tributario; faccio richiamo, in particolare, all’articolo di E. Melchiorre e Raffaello Lupi, «Dalle persone alle cose»: crisi della progressività, impoverimento dei «segnalati» e dichiarazioni patrimoniali.
In estrema sintesi, vi si rilevava il carattere deviante e distorcente della tassazione progressiva IRPEF, in considerazione dei mutamenti che hanno interessato la stessa nozione di capacità contributiva, e in particolare del «sorpasso» del patrimonio rispetto al reddito quale indicatore attendibile della «ricchezza» delle persone.
Condivido tuttavia le perplessità di Lupi relativamente alla possibilità di una dichiarazione patrimoniale, quale elemento impiegabile nell’ambito delle attività di controllo.
Il problema, a tale riguardo, è infatti soprattutto uno: cosa possa definirsi per «capacità contributiva», intesa come attitudine a contribuire alle spese pubbliche.
A parere di chi scrive, dovrebbe trattarsi di un surplus rispetto a quanto è necessario per vivere. Ma - qui è il problema - quanto è necessario?
Se gli individui non rispondono a uno standard preciso, come possono il legislatore, o un corpo amministrativo, fissare il livello «accettabile» dei bisogni e dei consumi di ciascuno? I parametri da considerare sono infatti numerosi: il possesso di beni patrimoniali appunto (se dispongo di una casa in montagna e di una al mare, non dovrò sostenere costi per andare in vacanza; i nonni a disposizione escludono la necessità di sostenere costi per baby sitter o asilo nido, etc. etc.).
Si badi bene che la variabile fiscale può facilitare od ostacolare determinati comportamenti (ad esempio: lavorare di più o di meno?), con un considerevole impatto sulla vita dei consociati, e che - anche se il senso della giustizia di ciascuno è variabile - è generalmente difficile accettare di essere danneggiati irrazionalmente dal sistema (magari in un quadro comparativo: si pensi allo «sfavore» fiscale per i redditi di lavoro rispetto a quelli di capitale).
La tassazione individuale si situa poi al crocevia di questioni rilevanti riguardanti il rapporto tra amministrati (elettori) e amministratori (eletti) e tra cittadini e ordinamento giuridico, con pervasivi riflessi sul «patto sociale».
Lo scenario generale include imprese, professionisti e «popolo dei CUD», con tutte le forme intermedie consentite dall’odierna contrattualistica «flessibile» (professionisti «dipendenti», pseudo-partite IVA, parasubordinati, lavoratori a progetto, consulenti, etc. etc.), ed è dominato, più ancora che dalla fame dell’erario, dall’ossessione di comparare e misurare i beni e le prestazioni, sulla base di aspettative, credenze, stime e desideri, anche infondati.
Il mondo economico impone insomma le sue regole, prossime alla psicologia delle masse più che alla logica matematica, e le imprese, i cittadini, la politica e lo Stato si adeguano.
Tornando alle questioni di interesse più propriamente tributario, trovo di estremo interesse l’indicazione del professor Lupi, nel senso di un superamento dell’attuale sistema di autodeterminazione e liquidazione delle imposte, verso una prospettiva per così dire «bonaria» dei rapporti contribuente-Fisco, nell’ambito della quale si pagherebbe ciò che viene richiesto.
Si tratterebbe, insomma, di sgravare i contribuenti «autonomi» (il popolo della partita IVA) dal compito di calcolare e liquidare il quantum debeatur, con un ruolo centrale delle aziende in funzione di «segnalatrici» del sistema. In questo modo l’evasione - nel senso attuale e noto a tutti - diverrebbe tecnicamente impossibile.
